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“Come il vento tra i mandorli” – Shahida, Michelle Cohen Corasanti

“Come il vento tra i mandorli”, pubblicato in Italia nel 2014, e’ il primo romanzo pubblicato dall’autrice Michelle Cohen Corasanti. La Corasanti e’ un avvocato specializzato in diritto civile ed internazionale di origini ebraiche. A sedici anni si e’ trasferita con la famiglia in Israele, rimanendovi per sette anni, durante i quali ha vissuto in prima persona i conflitti tra arabi e israeliani. Rientrata in America, ha creato la fondazione “The Almond Tree Project” con lo scopo di promuovere il dialogo tra Israeliani e Palestinesi.

Palestina, 1955. Ichmad vive con la sua famiglia in una bella casa circondata dall’aranceto del padre Baba. Amal, la sorellina piu’ piccola, una sera esce per rincorrere una farfalla. Sembra una scena normale ma qualcosa stona attorno a lei. Corre superando del filo spinato su cui e’ attaccato un cartello che dice “Alt! Vietato l’accesso”. Pochi metri dopo Amal calpesta una mina anti-uomo che esplode. Inizia cosi’ la storia della giovinezza di Ichmad. Da questo punto in poi le cose precipiteranno.

Il padre Baba viene accusato di essere un terrorista e imprigionato per quattordici anni, lasciando Ichmad, il figlio maggiore, uomo di casa. Il ragazzo inizia cosi’ a lavorare per mantenere la madre e i fratelli. Il suo maestro pero’, conoscendo le sue doti per la matematica e la fisica, continua a dargli lezioni private alla sera, spingendolo per partecipare ai giochi matematici.

Ichmad si classifica primo, e vince una borsa di studio per la facolta’ di Matematica all’Universita’ di Gerusalemme. Qui, grazie al suo talento, conosce un professore che gli offre un dottorato di ricerca e lo porta con se’ negli Stati Uniti.

Da questo momento in poi, la vita di Ichmad prendera’ una piega totalmente inaspettata, costellata di dolori e dispiaceri, ma anche di importanti riconoscimenti. Ormai verso la vecchiaia, Ichmad desiderera’ ricucire la ferita adolescenziale tra lui e il fratello Abbas, e per farlo dovra’ attraversare Gaza, territorio di guerra.

“Non si può vivere di sola rabbia figlio mio”

La storia e’ narrata in prima persona da Ichmad, che accompagnera’ il lettore per tutta la sua vita. E’ una storia drammatica la sua, crudele e cruda, dove la realta’ dei fatti non viene addolcita, ma semplicemente fotografata. Lo sfondo principale della vicenda e’ la Palestina, dilaniata dalla guerra interna e sfigurata dai colpi dei proiettili. In questo scenario impariamo a conoscere Ichmad, un ragazzino molto maturo per la sua eta’, capace di portare avanti tutta la famiglia, con grandi sogni per il futuro.

Vuole assicurare il benessere e la pace ai suoi cari Ichmad, per questo accetta la borsa di studio. Spera di trovare un lavoro ben retribuito, invece trova un professore ebreo, che lo osteggia ma al tempo stesso riconosce il suo talento. Con questo professore, Ichmad intessera’ un profondo rapporto di amicizia e stima reciproca, che li portera’ a ricevere uno dei piu’ alti riconoscimenti al mondo lavorando insieme.

Nonostante la notorieta’, a Ichmad interessa una sola cosa: ricongiungersi con suo fratello Abbas, che si era separato dalla famiglia quando Ichmad avevano iniziato la sua collaborazione lavorativa con il professore ebreo.

Una storia di disperazione e di speranza, in cui il mandorlo Shahida, testimone, piantato davanti alla casa di Ichmad, ha un ruolo fondamentale, seppure in secondo piano. Rappresenta la determinazione dell’essere umano, spesso invisibile ma inamovibile. Sembra ricordare al protagonista che “volere e’ potere”. Per tutta la vita di Ichmad, il mandorlo rimarra’ li’, a vegliare sulla sua famiglia, a piangere le disgrazie e a gioire con lui.

Ichmad, che e’ un uomo come tanti, nel suo piccolo riesce a costruire davvero qualcosa per rendere il mondo un posto migliore.

Una storia commovente, dolorosa e gioiosa al tempo stesso, che merita di essere letta per far luce su un conflitto tutt’ora in atto.

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