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“Orfani bianchi” – figli dimenticati, Antonio Manzini

Antonio Manzini, conosciuto per i suoi romanzi polizieschi (da cui è stata tratta anche una serie televisiva) che hanno come protagonista Rocco Schiavone, ha scritto un libro di tutt’altro genere: “Orfani bianchi”. Il romanzo è stato pubblicato nel 2016.

Mirta è una giovane donna moldava che si è trasferita a Roma in cerca di lavoro. Alle spalle si è lasciata un mondo di miseria e sofferenza, e soprattutto Ilie, il suo bambino, che vive insieme alla nonna anziana. Con loro, Mirta intrattiene una fitta corrispondenza via mail, l’unico modo che ha per veder crescere il figlio e avere notizie dalla madre.

Mirta in Italia si accontenta anche di lavori umili e poco pagati, come la pulizia delle scale, fino a diventare una badante.

Per primo Nunzio, poi la signora Mazzanti, “che si era spenta una notte di dicembre, sotto Natale, ma la famiglia non aveva rinunciato all’albero ai regali e al panettone“, poi Olivia e adesso Eleonora. Tutte persone vinte dall’esistenza e dagli anni, spesso abbandonate dai loro stessi familiari. Ad accudirle c’è lei, Mirta, che non le conosce ma le accompagna fino alla fine condividendo con loro un’intimità fatta di cure e piccole attenzioni quotidiane e qualche arrabbiatura.

Mentre lei è in Italia a lavorare per pochi spiccioli, la madre muore, lasciando Ilie da solo. Mirta ritorna in Moldavia per il funerale della madre e prendere la decisione più difficile della sua vita. L’unica possibilità che ha è quella di lasciare suo figlio in un orfanotrofio, un Internat.

Accompagnata dall’amico Pavel, che trasporta merci e persone avanti e indietro dalla Moldavia, Mirta lavora sodo più di prima per racimolare i soldi necessari a portare il figlio in Italia. La situazione sembra migliorare quando Pavel le propone di aprire un’attività insieme. Mirta si appiglia con tutte le sue forze a quest’idea, che le permette di tirare avanti anche se da settimane non riceve più mail di risposta dal figlio.

Il finale, tragico e inaspettato, si abbatterà come un fulmine, cambiando tutti i progetti costruiti dai protagonisti.

Per la prima volta nella sua carriera di scrittore, Antonio Manzini si cimenta nella scrittura di un libro che ha una protagonista donna. Come lui stesso afferma “Il romanzo è nato guardando Maria, la donna che stava accompagnando mia nonna verso la morte. Mi sono chiesto che vita facesse, che prezzo stesse pagando, e ho cominciato a parlare con lei”. Manzini entra così in contatto con un mondo che non conosce e che lo affascina.

Mirta, la protagonista, incarna secondo l’autore lo spirito di tutte le badanti che lavorano in Italia. Donne invisibili a cui affidiamo i nostri cari nel percorso più duro, di cui non conosciamo niente. Addirittura, come accade nel libro, sbagliamo a chiamarle con il loro nome (spesso Mirta viene chiamata Marta, perché i padroni di casa non si sono mai soffermati ad ascoltare il suo nome), perché siamo interessati solo al loro lavoro. Spesso dimentichiamo che dietro alla figura della badante c’è una persona, che come noi ha degli affetti e una famiglia.

Mirta, per riuscire a mettere da parte qualche soldo, è costretta a mettere suo figlio in un orfanotrofio. “In un orfanotrofio? Ma tu sei viva!”, le dice la sua coinquilina sudamericana. “Brutto eh?”, risponde lei. Questi sono gli “orfani bianchi”, bambini che i genitori ce li hanno, ma a distanza. Secondo l’Unicef sono almeno 350 mila gli orfani bianchi in Romania, 100 mila in Moldavia.

Eppure, nonostante la sua sia una decisione obbligata, Mirta la prende dopo un periodo straziante in cui vaglia tutte le altre strade non percorribili. Si sente una pessima madre, e si vergogna di sé stessa. Per mantenere il contatto con Ilie e fargli sentire che non è scomparsa abbandonandolo al suo destino, Mirta gli scrive quotidianamente delle dolci mail, in cui gli racconta le sue giornate. Lui però non risponde mai, chiudendosi in un silenzio lacerante.

La sua vita sembra migliorare quando Pavel, un amico, le propone di avviare un’attività e una vita insieme. Mirta si riscopre come donna, ripensando a tutti quegli anni passati da sola a lavorare senza sosta per offrire al figlio un futuro migliore. Ogni sera, mentre nutre Eleonora, l’anziana signora che accudisce, Mirta accarezza l’idea di questo futuro diverso che Pavel le prospetta, insieme al suo adorato Ilie.

Ma il destino ha in mente ben altro, e arriva a colpire Mirta con tutta la sua crudeltà, strappandola ai suoi sogni. Il finale del romanzo sembra un monito. Contro le famiglie italiane che vede gli anziani come un peso e li affida a persone estranee purchè non intralcino le loro vite, contro le madri che abbandonano i figli in orfanotrofi seppur per necessità, contro chi sfrutta il loro lavoro, trattandole come numeri.

Questo finale tragico, così come la fotografia della famiglia moderna, lascia il lettore con l’amaro in bocca ma spinge a riflettere perché anche noi “ci scopriamo orfani. Delle famiglie che non ci sono più”.

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